"Jimi, svegliati, è ora... avanti, pigrone, devi prepararti per andare a Messa", disse Lei, alzando gli scuri.
Il mondo si riempì di nebbiosa luminosità. Ormai non vedeva più tanto bene, colpa della malattia, ovviamente. E nemmeno ci sentiva un granchè, se non gli si urlavano le cose per bene.
Ma a Jimi questo non importava, tanto il suo senso preferito era sempre stato l'olfatto. Anche quand'era più piccolo, gli era sempre piaciuto chiudere gli occhi e assaporare tutti gli odori di quella giornata speciale. E adesso che si stava svegliando, già i primi odori cominciavano a solleticargli le narici: caffè, il panettone messo a scaldare (fare colazione con il panettone caldo, il massimo del piacere!), l'odore intenso della carne che già bolliva per i cappelletti per il pranzo. Perchè il brodo bisogna farlo bene, sennò i cappelletti non san di niente.
Si era vestito in fretta, acchiappando i vestiti già preparati sulla poltrona blu, ormai una macchia indistinta in mezzo a tante altre. La malattia, la malattia, chissa perchè poi non si ricordava il nome di una cosa che gli aveva tolto il piacere di vedere e udire il mondo. Ma l'olfatto no, ancora no, quello era ancora tutto suo. E mentre lo mettevano in macchina, sul sedile posteriore e gli allacciavano la cintura, sentiva l'odore di pelle dei sedili, il dopobarba leggero. Lei gli si sedette di fianco, e gli tenne la mano durante tutto il tragitto, fino in centro città, in quella chiesa antica, ma così bella. Era sempre venuto qui, per la Messa, nel giorno speciale. Le bancarelle sul sagrato, con l'odore forte di dolci, lane, piante e tutto il resto, tutto in beneficienza, ovviamente.
Passarono in mezzo a tutto e a tutti, mentre Jimi coglieva al volo tutti gli odori, ormai il suo unico contatto chiaro e distinto con il mondo, mentre le ombre a cui quegli odori appartenevano sfuggivano via veloci.
Seduti sul banco, mentre il prete parlava e parlava e parlava, percepiva il mondo, che in quel giorno speciale si era profumato al suo meglio. I fiori all'altare erano talmente profumati da far girare la testa, ma lui aveva il naso fino, e sentiva tutto: la lacca della signora seduta davanti, l'incenso, l'odore del lucido per legno con cui qualche perpetua premurosa aveva lenito gli anni di quei banchi di chiesa. E su tutto il profumo di Lei, leggero ed inebriante, come di fiori, tanti tanti fiori. E quell'odore sotto, l'odore strano, non definito, che aveva solo Lei. Un'odore che a volte lo confortava, a volte gli faceva paura. Lei era sempre gentile con lui, ma sapeva anche incutere in lui un senso di stupita timidezza, come una regina composta, che si sa essere potente.
Avrebbe tanto voluto poter vedere il presepe della chiesa, quell'anno, si ricordava degli anni in cui ci vedeva ancora bene, e non a macchie indistinte, e di come era bello, e speciale. Ma la malattia, la malefica malattia, che piano piano lo staccava dal mondo. E gli restava solo l'olfatto per restarvi aggrappato, per sentirlo, per viverlo, in quel giorno speciale.
La Messa continuava rapida, ma ormai lui era perso in un modo di odori. Gli odori restano attaccati alle persone, anche se non vogliono. E il ragazzo seduto dietro di lui, che, sotto il profumo da uomo, aveva un profumo sottile, fresco, di ragazza.
Mentre la messa finiva, si girò verso di Lei e le chiese, finalmente: "Come si chiama la mia malattia? Quella che mi fa andare via i sensi? Continua a sfuggirmi la parola".
Lei lo guardò triste, carezzandogli i capelli biondo cenere. "Crescere, tesoro, si chiama crescere", gli disse la Morte, "adesso andiamo, vuoi?".
Lui le prese la mano, e Lei lo riportò dentro, lo spirito natalizio, in fondo all'anima di Jimi.